Elementare, Watson: addio a Giles, il traduttore di Corriere.it

L’incontro via posta nel 1990: è diventato un collaboratore e un amico. Innamorato di due lingue e di due Paesi, Italia e Gran Bretagna. Aveva scelto Grazia, Udine e il Friuli: e aveva sposato, a modo suo, tutt’e tre



di BEPPE SEVERGNINI

Giles Watson, 1954–2015

Molti di voi se ne saranno accorti: l’inglese delle traduzioni di Corriere.it era impeccabile. Rapido, incisivo, idiomatico. Il motivo? Niente Google Translator, niente improvvisatori. Le traduzioni erano di Giles Watson, uno dei più bravi professionisti in circolazione, innamorato di due lingue e di due Paesi, Italia e Gran Bretagna. Sì, l’inglese era impeccabile. Ho usato l’imperfetto perché Giles non c’è più. Se n’è andato improvvisamente, in una domenica di mare e di sole. Se n’è andato a sessant’anni. Era nato in Scozia nel 1954, e nel 1976 s’era laureato a pieni voti in lingue moderne e medioevali presso l’Università di Cambridge. Arrivato in Italia aveva scelto Grazia, Udine e il Friuli: e aveva sposato, a modo suo, tutt’e tre.

Ci siamo conosciuti all’inizio del 1990. Per posta. Il mio primo libro, «Inglesi», era uscito da pochi giorni quando ho ricevuto una lettera meticolosa, di molti fogli, che elencava una lunga serie di piccoli errori e imprecisioni. Ho pensato, affranto: questo mi ha demolito il libro. Mi sbagliavo. Alla fine, prima delle firma, scriveva: «Detto ciò, “Inglesi” è la cosa migliore sulla Gran Bretagna che io abbia letto da molto tempo». Ho cercato il numero di telefono, l’ho chiamato: «Senta Watson, facciamo una cosa: il prossimo libro glielo mando in bozza, così le correzioni le fa prima, non dopo». Così è stato.

Giles si è rivelato un aiuto indispensabile per «L’inglese. Lezioni semiserie» (1992, 1997) ed è diventato un amico e il mio traduttore. La fortuna negli Stati Uniti di «Ciao America!» (2002) e «La Bella Figura» (2006) la devo a lui. Diversi recensori hanno commentato: «Non sembrano neppure testi tradotti!». È così. Giles mi conosceva così bene che metteva il suo inglese a servizio della mia voce. Come ci riusciva? Sapeva che un bravo traduttore deve avere sensibilità. Aveva capito che tradurre non è spostare le parole, ma illuminare il senso. Per «The Economist» (1996-2003), «Financial Times» (2010-2011) e “New York Times” (2013-) scrivo in inglese. Ma spesso gli mandavo i pezzi per una lucidatina. Tornavano scintillanti. Ogni tanto discutevamo animatamente per una frase o una parola. Vinceva lui: era più bravo di me. Leggevo e pensavo: no, io non scrivo così bene.

Quando Corriere.it ha deciso di tradurre ogni giorno gli editoriali e alcuni servizi (http://www.corriere.it/english/) mi ha chiesto un suggerimento. È stato facile: ho suggerito Giles Watson. Il geniale scozzese del Friuli ha aggiunto una nuova abitudine - il Corriere della Sera - alle altre, tutte irrinunciabili: il mare di Grado, i funghi al Tarvisio, i vini del Friuli, di cui era maestro e ambasciatore nel mondo. Riceveva molte proposte di lavoro, anche dagli editori americani. Rispondeva: no grazie, ho il Corriere, i bianchi del Collio e un autore che è diventato mio amico. Questo autore, e questo amico, oggi lo ringrazia. Giles, in inglese e non solo, rendeva tutto semplice. Elementare, Watson.

27 luglio 2015 (modifica il 27 luglio 2015 | 11:52)